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La stampa 3D ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni: si pensi a Bugatti che la sfrutta per realizzare le componenti in titanio delle sue hypercar, o ancora all’incredibile astronave USS Voyager di Star Trek riprodotta in dimensioni di appena 15 micrometri. Sono solo due esempi di come le applicazioni siano ormai infinite, spaziando dalla produzione industriale alla ricerca scientifica. Ma c’è un aspetto su cui bisogna ancora lavorare per ottenere risultati eccellenti: la brillantezza dei materiali.

É il MIT ad essere impegnato in uno studio in cui si cerca di trovare una soluzione al problema. Un oggetto, viene spiegato, è caratterizzato da forma, colore e, appunto, brillantezza. E se per i primi due la tecnologia già offre risultati eccellenti, per la terza la strada è ancora lunga, visto che ad oggi l’hardware di stampa tridimensionale non prevede la possibilità di gestire le diverse viscosità delle vernici. Il sistema combinato hardware-software ideato da un team di ricercatori del MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory potrebbe essere la soluzione giusta, ideale ad esempio per riprodurre fedelmente persino le opere d’arte o per realizzare protesi più realistiche.

Uno specchio è perfettamente riflettente, il cemento è l’opposto: la differenza sta tutta nella capacità della superficie (dunque del suo materiale) di riflettere la luce. Ebbene, la lucentezza altro non è che la misura della quantità di luce che la superficie di un determinato oggetto è in grado di riflettere. Qui entra in gioco la viscosità delle vernici: bassa in quelle lucide, più elevata in quelle opache. Tutto dipende dai polimeri in superficie che assorbono la luce: e sono proprio questi polimeri a frenare le stampanti 3D attuali, rischiando tra l’altro di ostruire i sottilissimi ugelli.


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